Balon: La trasferta

di Francesco Pagura (Franco di Dori)
“LA TRASFERTA” già pubblicato la data di stesura (febbraio 2009)

Era l’autunno 1973 la data esatta non la ricordo ma, il riferimento temporale c’è.
Ci trovavamo a subire una crisi energetica, “la congiuntura”, così come si diceva a
quei tempi. Un vocabolo che battezza sempre eventi negativi. La causa scatenante fu
la “guerra del kippur” tra arabi e israeliani (6-24 ottobre del 1973). Per punire il resto del
mondo ritenuto amico d’Israele, i paesi arabi produttori di petrolio, quadruplicarono il
prezzo del petrolio, che fino ad allora costava 3 dollari al barile. Il risultato fu, che
l’economia e la produzione industriale rischiavano la paralisi. Per preservare le scorte,
nel dicembre, il governo decise d’appiedare le domeniche degli italiani. Non era mai
successo prima, il dover rinunciare alla mobilità motorizzata domenicale. La cosa
appariva ancor più grave a quanti, ancor giovani, si erano affrancati solo da qualche anno
dal mezzo privato più veloce disponibile, la bicicletta.
Naturalmente la novità fu
annunciata con sufficiente anticipo, in modo da preparare la comunità alla disposizione
che cambiava radicalmente le abitudini domenicali. Esonerati dalle restrizioni erano: i
trasporti pubblici, i mezzi delle forze dell’ordine, delle emergenze e quelli affittabili dai
privati per il trasporto collettivo. Il campionato di calcio, quindi, prosegui regolarmente,
perché le trasferte furono garantite, utilizzando un mezzo a mo di navetta, che trasportava
squadre di più società, in campi diversi. Garantire la gara è sicuramente importante, ma
senza il suo pubblico può essere una cosa insipida, come una minestra senza sale, oppure
un’esibizione teatrale mancante di spettatori. L’appagamento degli attori è maggiore se a
condividere la loro prestazione c’è un pubblico, una tifoseria calorosa. Quel giorno i
nostri, “La Doria”, giocava in quel di Roveredo in Piano. Un viaggio, lo potremmo
definire così. Quindici e più chilometri, che era possibile fare con mezzi lenti, che
potevano essere più normali, una ventina d’anni prima. Va ricordato, che quelli erano
ancora gli anni in cui l’identità paesana non si era persa, e si esprimeva anche con
aggregazioni che ora sono quasi scomparse. Le osterie di Castions la sera o nei giorni di
festa, erano ancora piene di gente. Giocatori di carte con molti tavoli occupati. Quattro a
giocare ed il quinto, il sior, in attesa di subentrare, che intanto, oltre alla critica sul tipo di
giocata (tutti maghi dopo aver visto il risultato), segnava con il gesso, sulla nera
lavagnetta, i punti della partita. Delle altre istituzioni paesane la gente andava ancora
orgogliosa e partecipava alla vita della comunità. Naturalmente una parte importante
aveva lo sport, che per noi voleva dire solo calcio e quindi, S.S. Doria. In vista della
trasferta, amici per affinità d’età e d’interessi, si organizzarono, perché, come capita nelle
occasioni più o meno liete, le situazioni sono più sopportabili o più piacevoli se non si
percorrono in solitudine. La maggioranza, lustrata la bicicletta si preparava per la
trasferta. Un piccolo gruppo prospetto d’andarci a cavallo. Non ricordo da chi partì
l’iniziativa e l’organizzazione; probabilmente da Gianni Pizzolito. Certo è, che furono
raccolte le adesioni ed il numero risultò adeguato. Si immaginava un rimorchietto, con
ruote gommate ed una pariglia di cavalli. Allora ne erano rimasti ancora in paese. Li
stava soppiantando il trattore, che di cavalli ne aveva pochi di più e si diffondeva nelle
famiglie, anche grazie all’aumentata disponibilità finanziaria. Oltre al cavallo di Gianni
avrebbe dovuto esserci quello di suo suocero, il mitico Erminio Bianchet. Muratore di
professione e batterista per hobby. Provvidero ad allestire il trasporto, in modo

conveniente per il viaggio. Coperto con un telo su centine arcuate, che consentivano ai
viaggiatori di rimanere all’occorrenza eretti. Attrezzato di sedie pieghevoli disposte a file
di tre.
L’ispirazione, probabilmente derivava dalle carovane del West, che la filmografia
ancora proponeva, oppure sul modello più rustico di quelle degli zingari, che ogni tanto
sostavano nelle nostre borgate, prima, che anch’essi si motorizzassero con Mercedes e
Roulotte.
Finalmente arrivò anche l’ora della partenza. Ore undici davanti il bar Muzzo. La
prima sorpresa fu che la coppia traente era spaiata. Agli ordini del nostro piloto Gianni
c’era un solo cavallo, il suo. Erminio, però, attrezzato di batteria era tra i passeggeri.
Avanti prendere posto che la strada è tutta per noi. Saremmo stati una decina, nessun
mingherlino, anzi tutta gente di peso. Sale Tarcisio Ius, che a noi trentenni sembra
già vecchio e forse, non lo era più di quanto lo sia, io, oggi. Sale Toni Poloni, lui e la
fisarmonica, tanto per rallegrare la compagnia.
Salgono: Ettore Ius (dal gobu), Angelo Silvestrin, Egidio Bragato, Angelo Martin, Io,
e qualche altro di cui non ho memoria. Carichiamo anche la damigianetta di nero per gli
umani e il combustibile (fieno) per la cavalla. Per ultimo sale Gianni, che con le briglie
tra le mani è pronto a muovere.
Una gentile esortazione “giee Gina”ed il mezzo si muove. Non era una cavalla di taglia
grossa, come quelli che si vedono nei dipinti di De Chirico, anzi, piuttosto slanciata e
magrolina e dava l’idea della velocità, più che della potenza. Imbocchiamo lo stradone
verso Zoppola, la strada nova, che è in leggera discesa e ad ogni minima sollecitazione
del pilota, il mezzo ha uno scatto ed i ferri del cavallino battono sull’asfalto un ritmo da
flamenco, clic..cloc..clic..cloc. Siamo i padroni della strada, solo ogni tanto un ciclista
incrociandoci saluta, oppure, procedendo nella stessa direzione, si pone in competizione
vincente, con il nostro trasporto. Arriviamo sulla Pontebbana e senza preoccupazione
di precedenze imbocchiamo la strada per Pordenone. In prossimità dei borghi, ogni
tanto, incontriamo dei ragazzi calzanti pattini a rotelle, che la straordinaria condizione
di quiete permette loro, liberando l’esuberanza giovanile di scorazzare sul nero nastro
d’asfalto, per una volta sottratto ai rombanti mezzi motorizzati. Il silenzio è rotto solo
dalle gioiose grida, di quanti gareggiano in velocità o in bravura nelle giravolte, oppure,
dalle meno liete di chi inciampando, per scarsa abilità o per incidente, finisce col fresare
le ginocchia sull’asfalto. Nel generale e quasi irreale silenzio, puoi sentire il brusio del
rotolare delle sfere nelle ruote dei pattini o il frusciare delle foglie secche cadute dai
platini, che un venticello fresco e maligno, in una limpida giornata, sposta di traverso la
strada. Siamo intanto giunti, attratti e distratti da ciò che ci circonda a Piandipan (oggi la
rotonda di Moro). Il passo del nostro trasporto è sempre buono, allegro. Saremo passati
dal Flamenco al Tango, ma ancora ne mangiamo di strada. Dopo il ponte sul Meduna,
l’andamento non è più così piatto, s’incontrano i primi sali-scendi, che poi, uno è il
ponte sul canale Aman. La Gina comincia a dare segni di stanchezza, resi evidenti dal
rallentato ritmo e dalla comparsa, sulla schiena, d’abbondante schiuma biancastra segno
di sofferenza.
La salita è faticosa e lenta, ma raggiunta la sommità per inerzia acquistiamo velocità,
per la discesa verso la depressione del seminario. Intanto l’orologio va avanti, inesorabile.

Siamo arrivati ai piedi del sovrappasso della strada di Torre. La salita è impegnativa
per un cavallo che ha percorso già una decina di chilometri, quanto per un ciclista
professionista, superare verso la fine della competizione, un muro alla “Freccia Vallone”.
Scendere e spingere! Questo è l’imperativo per i più giovani. Sfruttare la discesa e
salire sul il mezzo in corsa, un’operazione normalmente sconsigliata, ma è una decisione
necessaria e immediata.
La strada si mantiene su un medesimo livello e la velocità ha un tempo, che se
usassimo i criteri della musica classica potremmo definire, andante moderato. Gli animi
nostri si rinfrancano vedendo ridursi la distanza dalla meta. L’illusione però dura poco,
infatti, dall’incrocio di Via Montreale, in poi, quasi a smentirne il nome, Roveredo
in Piano, la strada è tutta in salita. Il ritmo cala tendendo a zero. Qualche sosta per
rifiatare, la povera Gina non ne può più. Scende la velocità ed anche noi dal mezzo,
perché riteniamo, a ragione, d’essere più veloci con il cavallo di San Francesco. A piedi,
copriamo la distanza rimanente, seguiti da quello, che per un lungo tratto è stato il nostro
veicolo. Arriviamo che il secondo tempo è già iniziato. Arriva anche il resto della
carovana.
Gianni protegge la Gina con la coperta, la cui schiena è fumante ed intrisa di schiuma,
quanto un ex incendio dopo il passaggio dei pompieri. Dal muso, fissato ai finimenti,
penzola il sacco con il fieno e la biada, che la cavalla stremata, pilucca di malavoglia.
Gianni la cura amorevolmente, la fa bere con moderazione. Mi sembrano tradotte
nei fatti, le raccomandazioni delle nostre madri, quando ragazzetti sudati e stanchi, ci
attaccavamo al tubo della pompa. “Plan ca ti fa mal, a ti ferma la digestion e ti ciapis
alc”. Quel, alc, racchiudeva in se un’infinità di nomi di malattie, tutte da far preoccupare.
La partita si avvia alla conclusione, come non lo ricordo. Importante, in fondo, era
essere giunti lì o forse lo spettacolo eravamo noi. Data la stagione dalle giornate corte,
presto le ombre s’allungano fino a sciogliersi nel grigio. La vicinanza dei monti sembra
quasi far precipitare il sole. Qualche giro d’ombre al buffet, una villotta uscita intirizzita
dalla fisarmonica ed è già ora di riprendere la strada di casa. Anche il quadrupede sembra
aver recuperato. Poi, com’è vero, che tutto ciò che sale deve necessariamente scendere,
per i primi chilometri, almeno, il percorso sarà agevole. Chissà se lo capisce anche la
cavalla? Sarà o non sarà, ma l’avvio è splendido, forse perché la discesa spinge il carro
verso i garretti o forse per sgranchire i muscoli, la Gina trotterella. In breve passiamo
davanti l’ospedale e giù per Corso Garibaldi. Lì, incontriamo Missinato, il fotografo,
che è a caccia d’immagini particolari per un giornata speciale. Fu così che finimmo sul
Gazzettino. Il nostro carro con la bandiera societaria “SS DORIA”. La scritta in campo
viola, che sono i nostri colori. Colori, che il giornale non rende, trasformandoli in una
serie di grigi. La notte, ha soppiantato l’imbrunire. La giornata è stata pesante per tutti.
Il traffico pedonale o ciclistico è ridotto quasi a nulla, anche per il persistere del
venticello, che con l’arrivo del buio ha ripreso vigore, abbassando la temperatura.
La nostra immaginata passerella a Pordenone ha avuto quindi, pochi distratti e
infreddoliti spettatori, che neanche la fisarmonica riesce a catturare la loro curiosità.
Arriviamo in Borgo Meduna. I bipedi dalle gambe buone, decidono che è necessario
ristabilire l’equilibrio energetico – calorico. Il trasporto non si può fermare. Con
l’energia della gioventù, si salta dal carro e si è subito davanti il bancone del bar.

Scambiamo due parole con i quattro, che con il naso appiccicato alla finestra avevano
assistito alla scena. Intanto il barista prepara quanto richiesto: caffè, cognac, vino,
ogn’uno ha le proprie abitudini e necessità. Il tempo, al calduccio, passa rapidamente ed
il nostro mezzo se ne va con passo lento a superare la depressione, verso Udine. Il tepore
dell’ambiente aveva ridato un colore più umano nostre facce, ma all’uscita, guance e naso
anche se protetti dalla sciarpa, ridiventano rossi. Guardandoci reciprocamente sembriamo
dei claun in trasferta.
Il carro intanto sta per superare il “Volt di Querini”. Lo si vede in lontananza anche per
l’ondeggiar del lume a petrolio, fissato all’estremità posteriore di sinistra, a segnalarne la
presenza all’eventuale traffico sopragiungente. Allunghiamo il passo anche per scaldare i
piedi, che danno l’impressione d’essere un blocco di ghiaccio, un tutt’uno con le scarpe.
Risaliamo all’incirca davanti “Savio”. Solo Gianni, procede a piedi affiancando la
Gina, confortandola ed esortandola con voce adeguata, a superare la stanchezza e la paura
del buio, al quale non è abituata. Tra noi permane ancora un barlume d’allegria e vitalità.
Dalla fisarmonica solo note lente e stanche. Passiamo il Meduna. La SS13 guardata
attraverso la fessura del telo al chiarore della luna, che è già alta in cielo, appare come
uno stradone infinito. L’assenza di colore aumenta ulteriormente, se fosse possibile, la
sensazione di freddo. La velocità, se così si può chiamare, cala ad ogni passo. Il tempo
va inesorabile, eppure sembra fermo, rispetto la strada percorsa. Siamo appena a Cusano
e sono passate un paio d’ore. Il viaggio pare lunghissimo, anche perché, la compagnia
ha esaurito da tanto; entusiasmo e argomenti di conversazione. Arriviamo a Zoppola. Il
verde logo della farmacia, ad intervalli regolari ci da conto dell’ora e della temperatura.
Sono le nove, pardon le 21, e la temperatura fa –5°C, un freddo cane. Percorriamo
l’ultimo paio di chilometri, con l’animo ed il fisico totalmente mutati rispetto a dieci
ore prima; quando pieni di calore e d’entusiasmo vogliosi d’avventura, ci preparavamo
alla trasferta. Giungemmo infine la, da dove eravamo partiti. Le membra irrigidite
dall’immobilità e dalla temperatura, tanto che rimettere i piedi a terra soprattutto per i
più stagionati, fu un’impresa. Un breve commiato. Un.. ciao..ciao dato e ricevuto. Un
grazie particolare a Gianni che tra gli umani, aveva sopportato i maggiori disagi. Alla
Gina, da parte nostra, avremmo potuto mostrare la nostra gratitudine posandogli una
mano nella cadente e umida criniera. Gianni, sarà stato sicuramente più generoso con
una dose abbondante di biada.
Come per tutte le cose, anche le più straordinarie, se ne parlò per qualche tempo, e poi,
furono riposte in qualche cantuccio della memoria individuale. Il segno però rimase,
se dopo trentacinque anni, anche se con le inevitabili cancellature dovute alla labilità
dell’umana memoria, gli facciamo rivedere la luce.

PS Incontrai casualmente Gianni al forno ed in attesa d’essere serviti parlammo
frettolosamente di questo evento. Pochi giorni dopo e Gianni non era più tra noi. Ora ad
un paio di mesi dalla sua scomparsa ho pensato di ripercorrere e fissare quell’avventura,
prima che la mia memoria e quella dei pochi superstiti fosse totalmente cancellata.

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