ANNI RUGGENTI (Ricordi a quarant’anni dalla maturità)

Incontro con GIORGIO BOCCA noto giornalista

Frequentavamo la seconda non ricordo con precisione se fossimo all’inizio dell’anno quindi nel 1967 oppure verso la fine 1968. L’italiano lo insegnava il prof. Riem che aveva ambizioni politiche. Scelse la sera penso, perché ritenne che dei giovanotti maturi potessero meglio diffondere il suo credo politico e per ciò, essere più utili alla sua causa. Aveva certamente un pregio, il professore.
Pretendeva che le esercitazioni (temi) si svolgessero in tempi brevi. Diceva Lui, per abituarci a ragionare a e scrivere in fretta. Il mio sospetto è, che cosi facendo, si riducessero per lui i tempi di correzione degli elaborati. Il prof. Riem, di là dalle facili battute, si dimostrò un insegnante valido. Anche perché, viene spontaneo il confronto con il suo omologo dell’anno precedente, che ci propinò per un semestre, le vicende, sempre quelle, del “Tumulto dei Ciompi”, che erano la corporazione dei cardatori di lana nella Firenze del 1200. L’episodio ve lo rinfrescherei se non temessi di tediarvi, anzi l’ho già fatto.

Sarà bene invece, rinfrescare la memoria con quanto la società del tempo (1968) stava vivendo.
Il fermento politico /sindacale stava montando e rendeva la società irrequieta.
Sull’onda dell’euforia spesso si procedeva a colpi di slogan, che com’è noto, catturano maggiormente l’immaginario collettivo, badando più all’impatto della parola e alla presa del contenuto, che alla fattibilità di quanto affermato. Niente di nuovo. Per non cadere nello stesso errore ed essere considerato privo di attendibilità, richiamerò una delle parole d’ordine che erano molto gettonate al tempo e che, nelle riunioni sindacali erano ripetute come un mantra o una litania, se preferite. “Lavoro garantito”.

L’occupazione poteva forse, essere garantita a patto che quanti producevano reddito fossero in condizione di mantenere gli altri, solo occupati.
Sarò stato anche a corto d’acume, ma la domanda che mi facevo era.
Se il mio datore di lavoro, lo garantisce a me, chi lo garantirà a lui e a quest’altro ancora prima? Mi pare che a quarant’anni di distanza il quesito non sia ancora stato sciolto. Anzi ai giorni nostri si procede quasi sulla stessa via quando affermiamo. Bisogna aumentare il prodotto interno per sostenere il nostro stile di vita! Dichiarazioni certamente corrette e condivisibili ma incomplete se non individuiamo chi potrebbero essere i nostri potenziali clienti, che comprino quanto eventualmente producessimo in più. Quello europeo e americano sono mercati considerati maturi, con un aumento demografico modesto. Possiamo quindi contare solo sui ricambi di quanto, abbiamo già, non certamente sull’espansione del mercato; contendendo ad altri stati e ad altri produttori la fetta disponibile. Se poi la filosofia odierna prevede che, il lavoro nostro debba valere molto e il frutto di quanto prodotto debba costare poco; la vedo dura. Mi pare che sia come offrire cibo a chi è già sazio.

Dopo questa rinfrescata e soprattutto dopo la botta di ottimismo, si fa per dire, torniamo a quella sera. Il prof. a sezioni riunite ci presentò Giorgio Bocca, giornalista che allora scriveva per il quotidiano IL Giorno, giornale dell’IRI fondato da Mattei.
Indubbiamente per noi fu un’occasione per conoscere da vicino un mondo solitamente lontano, noto solo attraverso il prodotto finale, la carta stampata.
Lui, Bocca, aveva la possibilità di ricavare in diretta, notizie e sensazioni sugli ambienti di lavoro del Nord-Est, vista anche la provenienza da ambiti lavorativi diversi dei componenti le classi.
Parlammo in libertà sull’ambiente di lavoro, delle attese, di come avremmo immaginato il futuro. Spaziammo con i discorsi su tutto.
Ovviamente, com’è naturale, gli interventi erano diversi ogni uno con la propria sensibilità verso i problemi. Se non ricordo male, lo spirito che usciva dai vari interventi era essenzialmente teso a costruire ipotesi positive per il lavoro, per l’organizzazione in fabbrica, con l’intento di migliorare i rapporti fra le diverse anime che concorrono alla produzione. Non necessariamente in contrapposizione con la direzione aziendale, ma nella consapevolezza che la strada da percorrere se è impervia per l’azienda non può essere agevole per i dipendenti.

Questo, mi pare, quanto all’epoca emerse. Dal suo resoconto giornalistico, pareva che, pur essendo seduti nel medesimo ambiente, avessimo assistito a due film diversi. Risultammo individui plagiati dall’azienda, dalle poche idee confuse che erano in controtendenza con quanto, stava accadendo. Pareva che non avessimo capito niente di dove il mondo stava andando o dove sarebbe dovuto andare, secondo lui.
Fu in ogni caso un’occasione di riflettere su quanto sia difficile esporre le proprie idee e farsi intendere. Un’ulteriore prova. Capita anche a noi quando abbiamo una nostra tesi, di non prestare la dovuta attenzione alle ipotesi esposte da un nostro interlocutore. Spesso siamo portati a ricercare nei discorsi altrui, le tesi che concordano con le nostre, più che ad analizzare quelle avverse. In quest’ottica, anche quella sera lì, non andò sprecata e fu un’utile lezione. In ogni caso, di là dalla temporanea delusione, fu importante per stimolare lo spirito critico che è necessario avere, per comprendere quanto alle volte, ci viene raccontato e spesso spacciato per vero.

Francesco Pagura
seconda A
Castions di Z. 26- 04- 2012

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