QUARANTENNALE DI DIPLOMA (il mio perché)

Era tanto tempo fa, i nostri eroi attendevano alle usuali occupazioni: chi impegnato in officina, chi in ufficio (pochi), chi presso gli artigiani, chi nella grande industria meccanica, che allora era grande davvero; Zanussi, Savio, Bertoia ecc. quando ci giunse all’orecchio la voce che alcuni si erano attivati per istituire dei corsi serali per conseguire il diploma di perito industriale. Il passaparola funzionò a dovere e fu così che l’impegno, se non ricordo male di: Emilio Sellan, Rinaldo Pottino, che furono i promotori, ebbe successo riuscendo a coinvolgere quarantadue potenziali allievi. Era il 1966 quando fu detto SI, dopo che i sopracitati avevano bussato a tutte le porte, facendo il giro di tutte le chiese, politico istituzionali.

Probabilmente prendendo per sfinimento i loro interlocutori. Tutti o quasi noi partecipanti avevamo un attestato si scuola professionale che ci avrebbe consentito l’accesso alla quarta classe, previo esame di ammissione. Se avessimo aspettato, però, che i corsi raggiungessero tale quota, non sarebbero mai partiti. Decidemmo quindi di iniziare dalla prima classe.

Se dovessimo raccontarcela solo tra noi, sarebbe superfluo, perché la società da cui provenivamo era la medesima e a parte eventuali vuoti di memoria, che con l’avanzare della stagione anagrafica non desta troppa meraviglia, venivamo dalle stesse condizioni di vita, scarsa abbondanza. Per me quando fu l’età normale per scegliere fra gli indirizzi scolastici (1957) fra professionale o tecnico, parendomi il primo un percorso più breve, scelsi il professionale. In modo da sentirmi utile prima e contribuire a un’indipendenza economica, pesando per meno tempo sulla famiglia.

A nulla valsero i consigli dei miei per l’indirizzo tecnico. In quel momento, mi pareva anche che l’indirizzo tecnico obbligasse più a lavorare di organizzazione, quindi più di testa che di braccia. La mentalità nostrana, influenzata anche, dal fattaccio della mela e la conseguente cacciata dal paradiso terreste;viene così riportata nel “Libro della Genesi”, “Ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte”.

Pareva perciò di non lavorare, se non sudavi. I bidelli del tempo, ad esempio, erano quasi tutti invalidi che la guerra aveva menomato e che un lavoro adeguato consentiva loro di guadagnarsi il pane. Ricordo la stizza che fece in me, quando all’Istituto Professionale, in sostituzione del precedente andato in pensione, arrivò un giovane nel pieno delle forze, tanto da sembrare sprecato a distribuire gessetti e a passare lo staccio per raccogliere la polvere, da un paio d’armadi. Mi venne da pensare che forse potesse essere meglio impiegato a spingere la carriola in qualche cantiere. La mia naturalmente era una mentalità friulana sbagliata e si vide in seguito, quando noi locali, la carriola la spingevamo dove altri, più furbi e preparati, ci indicavano.

Il mio primo giorno di lavoro fu il 13 gennaio 1959. Qualche giorno prima addetti al personale della Zanussi si presentarono all’I.P.S. di Pordenone offrendo la possibilità di assunzione a tempo determinato. A me come agli altri miei colleghi che fecero questa scelta, parve un’opportunità oltre che di guadagno, anche di farci conoscere perché ancora la disponibilità di posti di lavoro non ere così abbondante. In ogni caso non avremmo troncato la scuola. Le lezioni le avremmo continuate la sera dopo la giornata in fabbrica. Tanto per rinfrescar la memoria, la prima paga fu, considerando che non avevo ancora sedici anni, di sessantanove lire/ ora. L’importo oggi farà sorridere, ma non era poco, in ogni caso, questi erano i valori di mercato.

Altri coetanei o un poco più vecchi, dopo un paio di anni di apprendistato presso le botteghe artigiane, quando cioè cominciavano utilmente a produrre impadronendosi del mestiere, guadagnavano forse duemila lire la settimana. Noi a differenza di loro non avremmo mai appreso nulla di nuovo, lavorando in linea di montaggio nel giro di qualche ora imparavi quanto era necessario e poi, diventava un lavoro ripetitivo, da scimmie. Di buono c’era, che sdoppiando l’uso del cervello da quanto gli occhi e le mani erano chiamate a fare, potevi spaziare con la fantasia e la creatività verso altri lidi. Potevi immaginarti anche che quello fosse un lavoro temporaneo e mentalmente ricercare qualche cosa di più impegnativo e appagante.

A quel tempo, passatemi l’espressione che pare biblica, era però, quasi preistoria personale e industriale. Si fabbricavano trecento frigoriferi il giorno, con i camion in attesa di ricevere quanto prodotto, tanta era la richiesta. Ci chiedevamo con la nostra limitata visione della società, così diversa dal nostro mondo di provenienza in prevalenza contadina, chi potessero essere gli acquirenti che avessero necessità di conservare al fresco quanto acquistato. Le nostre nonne e le madri avevano da sempre risolto i problemi della conservazione dei prodotti alimentari, senza l’ausilio del nuovo strumento.

Quando dopo qualche mese ci fu chiesto di lavorare a due turni anziché a giornata, il primo pensiero fu. Ora ci diamo dentro e poi ci lasciano casa.
Diffidenza dettata anche dalla limitata conoscenza della società. Immaginata sempre, ogni caso, con interessi in divergenti, quando se non su sponde opposte.
Pensieri negativi, come se la buona salute del primo non giovasse anche al secondo; siamo in fondo sulla stessa barca. Diversamente dovremmo concordare con il ragionamento che fece un tal Giacomo Del Rizzo, di ritorno dall’America, dopo la grande depressione, imbarcato su un mercantile.

Lui per alleviare i disagi della traversata, si disse, che fosse costantemente carburato, tanto che l’alcol lo facesse dormire, nonostante l’infuriare di una burrasca. Un suo collega di sventura, più sobrio e preoccupato della situazione si precipitò: “Mino… Mino… sveglia che la nave affonda”. E lui in risposta, con voce impastata immagino. “Che t’importa non è mica tua”. Così come Mino raggiunse il porto, anche la Zanussi con questo o altro nome, continuò a produrre frigoriferi e in seguito altri elettrodomestici, in Italia o all’estero. Da quell’inizio la Zanussi cresceva in dimensione e le necessità industriali si moltiplicavano per seguire le esigenze del mercato. I mezzi produttivi e la tecnologia erano gelosamente conservati all’interno dello stabilimento. Le conoscenze tecniche all’interno o fuori erano materia per pochi. Era un mondo in divenire. Così nel 1962 ebbi l’opportunità d’essere trasferito in officina “attrezzature”. Un altro mondo, più tecnologico, dove le nozioni di trigonometria e matematica trovavano qualche applicazione. Certo è che la curiosità stimola la volontà d’apprendere, indipendentemente dall’età. Così quando mi fu prospettata l’opportunità d’imparare un poco di più, colsi al volo l’occasione.

In aprile di quell’anno (1966) nel frattempo mi ero sposato e qualche mese dopo in famiglia cantierammo il nostro unico figlio, che nacque il 2 giugno del 1967, la vigilia della cena di chiusura per l’anno scolastico. Se nella classe B, solo per ragioni anagrafiche, tra i suoi membri potevano annoverare un “nonno”, nella nostra, di fatto, fui promosso sul campo, “papa”. Un altro cambiamento lavorativo intervenne in settembre del 68. L’azienda aveva istituito un corso si formazione del personale per l’industrializzazione del prodotto che è durato di undici mesi per otto ore / giorno. Le materie erano tecniche: disegno, elettrotecnica, oleodinamica, pneumatici, robotica, tempi e metodi, altre andavano dal campo economico a quello psicologico, con docenti aziendali e altri spesso provenienti dell’università.

Fu un corso cui parteciparono quindici persone, poche scelte fra i dipendenti, forse quattro, le altre assunte fresche di diploma, provenienti dalla zona o da dove l’azienda aveva stabilimenti. Al termine fui integrato, nel settembre del 69, nell’ufficio tecnico nella sezione che si occupava d’attrezzature. Quelli che seguirono furono anni d’intensa attività e di crescita tecnica, in cui mettere a frutto quanto di meglio avevamo appreso. Nel 76 sull’onda di richieste che venivano anche dal mondo sindacale, che chiedevano a gran voce la diversificazione produttiva, la direzione pensò di avventurarsi nel campo delle macchine agricole, in particolare per la raccolta dei prodotti agricoli, “vendemmiatrici”. Con altri due miei colleghi fummo distaccati dall’ufficio e in forma anonima, quasi carbonara, progettammo un paio di macchine.

Il nostro lavoro, giacché eravamo digiuni della materia, si svolgeva anche in collaborazione con le università di Bologna, di Palermo, del C.N.R. e dell’Istituto Tecnico per la Viticoltura di Conegliano. Dopo sei mesi la direzione decise di presentarsi sul mercato con il proprio nome, Zanussi. L’occasione fu la fiera dell’agricoltura di Verona. Durante i tre anni in cui l’impresa sopravisse, furono prodotte una ventina di macchine e la sperimentazione in campo, certificata dai rilievi tecnici eseguiti dalle università, diede ottimi risultati, in linea con quanto di meglio esisteva sul mercato internazionale. I costruttori di macchine agricole di nicchia erano prevalentemente aziende di piccole o medie dimensioni spesso da artigiani. I prezzi dei macchinari avevano dei ricarichi che potevano essere 0.2- 0.25% del costo di fabbricazione, improponibili in un’industria strutturata. Quell’esperienza si finì nel 79 con il rientro nell’alveo della progettazione industriale. Fu comunque un’occasione per confrontarsi con problematiche diverse che lasciarono un segno positivo. Le sfide che l’industrializzazione richiedeva erano sempre più complesse, i margini di rientro dell’investimento sempre più stretti, di conseguenza l’efficienza dei mezzi progettati sempre maggiore. La concorrenza fu sempre più agguerrita e per mantenere la quota di mercato le aziende oltre che migliorare l’efficienza, agirono riducendo il margine operativo.

In quelle situazioni molte aziende rischiarono il fallimento, allora assistemmo alla concentrazione della proprietà nelle mani di pochi gruppi. Mettendo assieme più debolezze però, non si crea una forza. Fu così che nel giro di qualche anno non fummo più padroni in casa nostra; arrivarono gli svedesi. Investirono denari freschi e a Conegliano decisero, con la consulenza lautamente retribuita di personale Fiat, di rifare lo stabilimento di frigoriferi. Loro, i torinesi, venivano dalla recente esperienza dell’automazione della fabbrica per motori e pensavano, non conoscendo perfettamente il prodotto, che si potessero trasferire i metodi pari- pari. La fabbrica automatica si risolse in un buco nell’acqua. Un anno dopo quando i 130 miliardi stavano per finire fui chiamato di rinforzo, con altri colleghi dell’ufficio di Porcia. Per un paio d’anni anch’io fui trasferito là. Si fece quanto possibile per rimediare all’impostazione originaria, tentando e non sempre riuscendoci, di elevare l’efficienza degli impianti.

Quindici anni dopo i miei ex colleghi rimasti, reimpostarono la produzione in un modo più tradizionale, ottenendo i risultati prefissati. Gli impianti che avrebbero dovuto essere il futuro furono rottamati, in particolare al montaggio ritornarono alle tradizionali linee, abbandonando le isole e la filosofia che le aveva generate, che prevedeva un coinvolgimento maggiore del personale addetto con più attenzione e partecipazione. In sostanza i montatori preferivano un lavoro ripetitivo, da scimmia sempre il medesimo, rispetto delle operazioni con contenuto di lavoro più lungo che gli avrebbe obbligati a pensare di più.
Nel settembre 89 ricevetti un’offerta dalla “Glasco”un’azienda di Vittorio V. che produceva attrezzature per le seconde lavorazioni del vetro, in particolare forni di tempra per vetro piano. Dopo trent’anni abbandonavo la grande madre che fu la Zanussi, la quale mi aveva dato molto e soprattutto l’opportunità di formarmi e sviluppare le poche o tante capacità di cui la natura mi aveva dotato. Le condizioni per il rientro a Porcia erano mutate. L’ufficio tecnico, che negli anni dello sviluppo era il fiore all’occhiello dell’industria, ora era di fatto cancellato. Sostituito da aziende esterne presso le quali era più facile contrattare e definire i prezzi dell’innovazione, scaricando sui fornitori eventuali costi per inefficienze o ritardi nelle consegne.

Alla “Glasco” rimasi fino a dicembre del 1996 quando maturai i termini per la pensione.

A cinquantatré anni non mi sentivo pensionabile, un po’ come quando diventai nonno la prima volta, dieci anni fa, mi ci volle del tempo per metabolizzare la nuova condizione. Prima del gran passo verificai e aprii la partita IVA, che mi consenti di sentirmi ancora utile e produttivo, anche perché avevo la presunzione, d’avere un’esperienza da offrire. Così fino allo scorso dicembre prestai la mia opera di progettista consulente per la ditta “Teas”, automazioni in genere e più specificamente nei campi dell’elettrodomestico e della lavorazione del filo di vetro. L’azienda crebbe e fornì impianti in: Polonia, Ungheria, Romania e in più, una puntatina in Cina.

Il MIO PERCHE’
Le ragioni che mi spinsero a riprendere lo studio a sei anni dalla fine del ciclo scolastico scelto in partenza, non mi sono così chiare. La visione dei problemi è diversa a venticinque anni. Sei cosciente che puoi dare di più e che se non sei presuntuoso, ti rendi anche conto di quanto poco sai e di quanto sarebbe necessario sapere se pretendi di guidare chi spinge la “cariola” nella giusta direzione.
Ti guardi attorno e vedi delle possibilità da cogliere; vedi un fiorire d’iniziative, una dinamicità che è contagiosa. Ti persuadi di vivere in un momento magico in cui se t’impegni tutto, è possibile. Allora la scuola che non hai scelto quando ne avevi la possibilità ora ti viene incontro, è alla tua portata. Puoi pensare che dopo otto ore di lavoro altre quattro di scuola sono un sacrificio, forse sì. Sacrificio però è fare un’attività contro voglia, qualche cosa che ti pesa, perché non la senti tua.

Diversamente se un’attività, un’iniziativa è di tuo interesse raccogli la sfida e a costo di sembrare masochista, il sacrificio non è niente pensando all’obiettivo finale.
Siamo vissuti in un momento fortunato della storia in cui il mondo aveva preso l’abbrivio dopo la lenta ripresa conseguente alle distruzioni materiali e morali della guerra. Tutto andava ricostruito e soprattutto rivisto dal punto di vista della modernità. L’Italia che alla fine del conflitto contava il 50% della popolazione impegnata in un’agricoltura di sopravvivenza, si stava industrializzando. I tecnici preparati per sostenere le richieste di mercato erano pochi. In più, erano in molti a sapere poco del nuovo in arrivo e pochi a saperne non molto di più.

Per questo ci fu spazio anche per quanti pur privi d’istruzione tecnica specifica, erano dotati di buona volontà e di un poco d’ingegno. Nel nostro tempo avemmo quindi la possibilità di un graduale inserimento in posizioni che oggi richiederebbero lauree e forse non basterebbero. I nostri figli e nipoti oggi si trovano in una condizione economica certamente più privilegiata rispetto a quanto i nostri padri, non certo per colpa loro, hanno lasciato a noi. Molti genitori del nostro tempo, mentre si affrancavano dalla miseria, si auguravano che i loro figli non dovessero sacrificarsi quanto loro. Noi loro prole, abbiamo cercato di dare ai nostri figli un’istruzione, una formazione professionale adeguata ai tempi nostri. Gli lasciamo una società ricca e stanca, sazia di voglie, con orizzonti non molto aperti in cui immaginare il proprio futuro.

Il mio sarà pessimismo da vecchio, mi auguro di si?

Francesco Pagura
sesta A Serale
Castions 02-05-2012

Comments are closed.