Ma quanto può valere una medaglia di legno?

Correva l’anno 1973 quando in via Cao Mercato si disputò forse il primo torneo fra piccoli amici. Al tempo questa categoria non era contemplata, si iniziava con i pulcini con una età compresa fra gli otto e i nove anni. Ma per molti come noi la premura,la voglia la passione per il calcio era tale da voler anticipare la grande prova di un incontro vero. E allora si trattava di organizzarsi. Ma come? Evidentemente non potevamo sperare nei più grandi che anzi ci dicevano “non correte che sudate”,” rimanete all’ombra, giocate a dama o a biglie fino a che il sole è alto, poi casomai fate un po’ di compiti o aiutate la nonna a togliere l’erba nell’orto”. La scuola stava per volgere al termine e bisognava far presto. In molte famiglie, appena finita la scuola i ragazzi partivano per le colonie estive, una sorta di vacanza forzata che serviva a dar respiro alle mamme e a continuare il percorso educativo. Per fortuna qualche mese prima era incominciata la scuola a tempo pieno, un evento storico a Castions che per noi bambini significava avere soprattutto il sabato libero. E allora fu così che verso la metà di giugno ebbe inizio una settimana intensa e ansiosa. La ricreazione ci serviva a reclutare amici e avversari che avessero voglia di misurarsi nella sfida. Chi accettava, dava come pegno una figurina a lui cara che di solito raffigurava un proprio idolo dell’Inter del Milan o della Juve. In pochi giorni il pacchetto di carte si fece ben nutrito, almeno una ventina. E i premi chi li porta? Subito si fecero avanti il Franco Vignotto (il Vigo) e il Mario Di Floriano (il Marietto, non più residente) che pensarono a delle vecchie medaglie viste in soffitta, forse meriti dei propri padri o addirittura dei propri nonni. Ormai era venerdì e alla uscita della scuola bisognava tirare le fila per il grande appuntamento del sabato pomeriggio,” in quanti siamo” dissi, o meglio “in quanti siamo rimasti “disse Giampietro Pighin (Il Pepe), il contabile Nico Ius con voce insicura rispose, “nove forse dieci”e aggiunse, “abbiamo solo due medaglie”. Con un po’ di sconforto ci lasciammo dandoci appuntamento per le due del pomeriggio seguente. Nel cammino verso casa con il fratello Marco per mano si cerco di pensare a ciò che potesse porre rimedio ad una situazione così compromessa. Giunti alle porte di casa in effetti qualcosa uscì dalla nostre lunghe disquisizioni, trovammo il modo per costruire la medaglia mancante. Doveva essere la medaglia d’oro, la più grande, la più bella.
Giunti sull’uscio, liberati dalle cartelle, un rapido saluto alla mamma Luciana e ci mettemmo subito alla ricerca del pezzo di legno più adatto . Individuato il ceppo più circolare con molta fatica, non senza qualche rischio, tagliammo con il seghetto il dischetto di legno che dopo qualche ora grazie agli ornamenti e ai ritocchi con pennarelli e altri colori, diventò la medaglia più bella del mondo. Cala la sera, la mamma chiama a squarcia gola,” la cena è pronta”.
Seduti a tavola spesso gli sguardi mio e di mio fratello si incrociarono felici per il motivo di soddisfazione per ciò che avevamo fatto e per quanto ci aspettava l’indomani. Purtroppo, è tardi il papà non è ancora a casa, è ancora al lavoro, lui è un camionista e non ha orario, così ci spiegava la mamma. Peccato, volevamo chiedergli se ci piantava i pali delle porte. Su via, andiamo a dormire, forse il papà domani è a casa dal lavoro e può darci una mano. Con il dubbio che ci fosse ancora qualcosa a cui dover pensare, gli occhi si chiudono finalmente. Giunta mattina, il sole che penetrava fra le fessure della persiana della nostra camera, ci avvertiva che forse era tardi, bisognava correre al più presto per preparare il campo da gioco. La mamma che continuava a non capire la frenesia con cui ci si muoveva, ci vide uscire di casa con in mano un pacchetto di biscotti secchi rinunciando al solito appuntamento con la scodella del latte e il caffè di orzo. Una sciacquata alla bocca sotto il getto della pompa (pozzo artesiano) ed eravamo pronti ad affrontare i nostri impegni. Il papà si era alzato prima di noi ed era già andato a dare una mano al nonno Gildo, per questo potevamo contare solo su di noi e sulla nostra fantasia. Le porte che avevamo pensato si ridussero ben presto a qualcosa di ben più minuto. Adocchiammo sull’orto della nonna Lucia i paletti che sostenevano le piante dei pomodori, ne sarebbero bastati quattro. L’unico problema era quello di evitare che qualcuno ci vedesse nella nostra brutta intenzione di rubare quei paletti ma comunque giustificati da una buona causa. Il nonno Romano che stranamente ci vide aggirarci di buon mattino entro il recinto dell’orto, continuava a tenerci d’occhio pur mantenendosi a distanza. Non era per niente facile fregare il nonno. L’unica maniera per distrarlo era quello di coinvolgerlo nella sua passione per la pesca di frodo. Mentre io lo trattenevo con la richiesta di verificare se le tavelle posate sul letto del fiume avessero intrappolato qualche pesce scazzone (gufs o marsons), mio fratello Marco riuscì con non poche difficoltà a sradicare paletti e piante di pomodoro. Un rapido saluto al nonno, che mi guardò perplesso e via di corsa verso il campo coltivato ad erba medica che si trovava al di là del ponte sul fiume Castellana vicino alla abitazione dei Fedrigo. I paletti, sia pure appuntiti, ci misero a dura prova, cercare di piantarli nel terreno arso e farli stare in piedi e dritti non fu cosa di poco conto per due ragazzini piuttosto esili. L’opera fu degnamente completata con un paio di manciate di segatura di legno che andarono a segnare una ipotetica posizione del calcio di rigore.
Volgeva mezzogiorno, il suono delle campane, la mamma che al di là del fiume grida “e pronto e non vi chiamo più”, davano conferma del momento di tregua prima del tanto atteso incontro. Giunte le due del pomeriggio amici e avversari, abbandonate le biciclette in fondo alla vigna dei Fedrigo, entrarono in campo. Giusto il tempo di definire quelli che dovevano segnare in quella porta piuttosto che in quell’altra e l’incontro ebbe inizio. Il pallone faticava a rotolare, l’erba medica era alta ma non abbastanza da fermare la nostra corsa, ognuno di noi lasciava dietro di se lunghe scie che solcavano l’intero campo. Le grida di gioia per il goal appena fatto si alternavano alla momentanea delusione per gol subito. Ma al solito era il divertimento per il gioco ad avere il soppravvento, tanto da far fatica a tenere il conto dei goal che fioccavano col passar del tempo. La prima partita ricordo che non durò meno di due ore, il nostro regolamento prevedeva la vittoria assegnata alla squadra che arrivava a segnare per prima dieci reti. Due partite furono sufficienti per sfiancarci e metterci seduti sotto i filari delle viti del campo adiacente. Tanto eravamo sudati da sembrare anatre appena uscite dall’acqua. Evidentemente era giunta l’ora di bere per recuperare le forze. E fu in questo momento che mio cugino Gabriele diede il meglio di se stesso, “alt aranciata per tutti” disse sfoderando da dentro il fosso un bottiglione verde da vino. Effettivamente era l’aranciata di quei tempi, acqua mescolata a bustine di frizzina zuccherata al gusto di arancia. Non so se tutti riuscimmo a bere nella difficoltà di alzare il peso di quel bottiglione da due litri, ma di sicuro questo alla fine era vuoto. Finalmente giungeva l’ora della premiazione con tanto di consegna delle medaglie compresa quella bellissima in legno che fu ritirata dalla squadra vincente. Per tutti rimane il ricordo di una sana passione per il movimento, l’ aggregazione, il sacrificio, il divertimento che si identificava soprattutto nel gioco del calcio.

Chissà quanti altre partite vere come questa sono state disputate nei vari borghi di Castions. Invito tutti coloro che ne vogliono parlare a descrivere quegli episodi che hanno segnato la loro passione per il calcio del paese fatto dentro e fuori il campo sportivo.

Moretto Alessandro per tutti gli appassionati del calcio castionese.

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